Lei-Tuono. Mente Perfetta

02.07.2026

"...Vigilate! Non siate inconsapevoli di me! Poiché io sono la prima e l'ultima. Io sono la venerata e la disprezzata. Io sono la prostituta e la santa. Io sono la sposa e la vergine. Io sono la Madre, e sono la Figlia. Io sono le membra di mia madre. Io sono la sterile, eppure molti ne sono i figli...

[…]

ARGOMENTI

Lei-Tuono: Mente Perfetta

— ⲧⲉⲃⲣⲟⲛⲧⲏ : ⲛⲟⲩⲥⲛⲧⲉⲗⲉⲓⲟⲥ —

Te-brontē: Nous n-teleios

(Nag Hammadi Codex [NHC] VI, 2)


I Paradossi morali e sociali

I Paradossi familiari e la sovversione del genere grammaticale

La Nascita, le Doglie e lo Sposo Androgino

La Madre e la Creatura

Il Tempo, la Potenza, il Bastone e la Verga

Il Silenzio, l'Intuizione e il Nome

L'Amore e il Rinnegamento

La Conoscenza, la Vergogna e l'Innocenza

La Miseria e la Ricerca

La Caduta e il Luogo dello Scherno

Il Chiasmo di Compassione e Crudeltà, Debolezza e Forza

Greci, Barbari e la Sapienza d'Egitto

La Vita e la Morte, la Legge e le Feste

La Divinità e il Nascondimento

Il 'Dolore del Cuore' e la ricerca della Conoscenza

La vergogna, le membra, piccolezza e grandezza

La Mente Perfetta e il Riposo dello Spirito

La Ricerca Universale e l'Essenza dell'Anima

La Scrittura, il Verbo e la Voce Primordiale

La Mente come 'Lievito' del Mondo

Il Sigillo e il Segreto

Lo Specchio Interiore e la Veste regale

Gli Angeli, i Messaggeri di Luce e il Santuario eterno



Excursus I:

"Non assaggeranno mai più la morte".

La metafisica della mortalità nella Gnosi egizio-alessandrina

(Lei-Tuono: Mente Perfetta e l'incipit del Vangelo di Tommaso)


L'Antidoto: La Gnosi e il Riposo (Anapausis)

Analisi Grammaticale e Sottigliezze Filologiche:

Lo schema ascensionale:

(Cerca Trova Turbati Stupisciti Regna)


Excursus II:

La "Preistoria" della Morte.

Ricostruzione filologica della radice verbale

nasale-bilabiale "m-".


Il Ramo Afroasiatico

Il Ramo Semitico

Il Ramo Indoeuropeo

Altre Macrofamiglie (L'Isomorfismo Extranostranico)

Il Primo Livello di Ricostruzione:

Le Proto-Lingue (4000 - 8000 a.C.).

Il Tronco Comune: L'Ipotesi 'Nostratica' (12.000 - 10.000 a.C.)

L'Ipotesi Fonosemantica: L'Acustica del Silenzio.

L'antitesi Madre-Morte



Excursus III:

La Folgore e il Silenzio: Il "Tuono" della Gnosi e lo yoga

del Vijñānabhairava Tantra. La Meditazione degli Intervalli di Realtà come pratica per i nostri tempi.


La Folgore dell'Antinomia: La Via della "scossa" Cognitiva

Il Nous, la Mente come Lievito del Mondo e la Non-Dualità Immanente

Il Ponte Noetico tra la Gnosi e il Tantra: la Consapevolezza auto-riflettente (Vimarśa) e la decostruzione delle Rappresentazioni Parziali (sakala)

La 'Meditazione degli Interstizi':

la Rivelazione del Vijñānabhairava Tantra sui 112 tipi di yoga

La Pausa tra i Respiri (Vijñanabhairava, vv. 24-26)

La Dissoluzione del Suono e del Verbo

(Vijñanabhairava, vv. 38-41)

Gli Interstizi tra le "scosse" quotidiane

(Vijñanabhairava, vv. 103 e sgg.)

Il Tremendo e l'Eternità:

La Coscienza senza morte di Bhairava e del Tuono


Applicazione Pratica: Un Metodo Meditativo Quotidiano

per la Donna e l'Uomo contemporanei


La Fase del Tuono (La Decostruzione)

La Fase dell'Interstizio (Il Vuoto)

La Fase del Lievito (L'Integrazione)


La scoperta della biblioteca di Nag Hammadi, avvenuta nel dicembre del 1945 per opera di un gruppo di contadini egiziani nei pressi della collina di Jabal al-Tarif, rappresenta uno dei momenti più significativi per la filologia e la storia delle religioni del XX secolo. All'interno di una giara di terracotta sigillata erano conservati tredici codici papiracei in forma di libro, contenenti cinquantadue trattati, prevalentemente scritti in lingua copta, che offrivano una testimonianza diretta di correnti cristiane eterodosse e gnostiche fino ad allora note quasi esclusivamente attraverso le confutazioni polemiche dei Padri della Chiesa. Subito dopo il ritrovamento, i manoscritti subirono alterne vicende nel mercato clandestino delle antichità egiziane, subendo danni fisici dovuti a transazioni non protette e controversie legali, finché lo Stato egiziano non procedette al loro sequestro formale, culminato con il deposito definitivo presso il Museo Copto del Cairo il 8 giugno 1952.

Il Tuono, Mente Perfetta (designato come Tebrontē: Nous Nteleios in copto) è conservato come secondo trattato del Codice VI, occupando le pagine da 13 a 21. Il testo sopravvive in un'unica copia redatta in dialetto sahidico con evidenti fluttuazioni grafiche e fonetiche licopolitane e subachmimiche, come l'interscambio tra le forme tounam e tounah.

Dal punto di vista paleografico e linguistico, gli studiosi concordano nel ritenere il manoscritto del IV secolo una traduzione da un originale greco andato perduto, la cui composizione si colloca verosimilmente tra il tardo I e l'inizio del III secolo d.C..

La struttura formale del trattato si distanzia radicalmente dalla prosa speculativa o narrativa della maggior parte dei testi di Nag Hammadi. Si tratta di un monologo drammaturgico in prima persona, caratterizzato da espressioni di auto-predicazione (anok pe / anok te in copto, corrispondenti alla formula greca ego eimi) che si alternano a esortazioni imperiose, e a rimproveri rivolti a un uditorio universale ma indeterminato. Questa impostazione stilistica evoca due precisi modelli letterari del bacino mediterraneo: le aretalogie della dea Iside in epoca ellenistica e la personificazione della Sapienza (Hokmah o Sophia) riscontrabile nei libri sapienziali giudaici, come il capitolo ottavo dei Proverbi o il ventiquattresimo del Siracide. Tuttavia, l'opera sovverte entrambi i modelli attraverso una sequenza ininterrotta di affermazioni paradossali e auto-contraddittorie, in cui la rivelatrice si dichiara simultaneamente santa e prostituta, saggia e insipiente, amata e odiata.

Il dibattito accademico circa l'esatta collocazione dottrinale del testo ha generato diverse ipotesi interpretative, motivate dall'assenza di elementi mitologici specificamente cristiani, giudaici o gnostici classici:


L'ipotesi "sethiana" (Bentley Layton), associa il testo al mito classico sethiano della discesa dell'Intuizione spirituale o "pensiero successivo" (Epinoia). Layton evidenzia le analogie formali tra i paradossi del Tuono e i frammenti del perduto Vangelo di Eva citati dall'eresiologo Epifanio di Salamina nel suo Panarion, in riferimento alla setta gnostica dei Borboriti. Ulteriore supporto a questa tesi proviene dall'Ipostasi degli Arconti, dove l'elemento spirituale femminile immanente in Eva viene interpellato con formule affini a quelle del poema.


L'ipotesi "simoniana" (Paul-Hubert Poirier):

Poirier rintraccia l'origine del testo nell'ambiente dello gnosticismo sviluppatosi attorno alla figura di Simon Mago. In questa prospettiva, la figura femminile che parla nel testo sarebbe l'incarnazione di Elena di Tiro, la prima Ideazione del Pensiero divino (Ennoia) che, secondo la testimonianza non proprio benevola di Giustino e Ireneo di Lione, era precipitata nella materia e costretta a prostituirsi prima di essere riscattata da Simone. L'uso del termine copto ⲧⲡⲟⲣⲛⲏ, t-pornē (la prostituta) e del sintagma ⲛ̄ⲧⲛⲟϭ ⲛ̄ϭⲟⲙ, n̄-t-noc n-com, "Grande Potenza", rifletterebbe una terminologia specificamente simoniana. 


Vedi l'Articolo: La Vergine di Luce e la seduzione degli Arconti (su Elena di Tiro e la Gnosi Simoniana)


Un'ulteriore complessità filologica riguarda la resa dei generi grammaticali. La struttura della lingua copta impone una distinzione tra forme maschili e femminili anche nelle formule di identità, rendendo difficile la traduzione della fluidità di genere originaria dell'originale greco, in cui l'entità trascendente gioca deliberatamente sul superamento dei confini binari di maschio e femmina, sposa e sposo. L'edizione sulla quale è basato il mio studio è quella di M. Kotrosits, H. Taussig, J. Calawau, C. Lillie, J. Lasser (Palgrave Macmillan), che ha il grande merito di non normalizzare le marche grammaticali di genere, lasciando inalterata la sublime ambiguità del testo copto. 

Lei-Tuono. Mente Perfetta

— ⲧⲉⲃⲣⲟⲛⲧⲏ : ⲛⲟⲩⲥ ⲛⲧⲉⲗⲉⲓⲟⲥ —

Te-brontē: Nous n-teleios

(Nag Hammadi Codex VI, 2)

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Excursus I:

"Non assaggeranno mai più la morte".

La metafisica della mortalità nella Gnosi egizio-alessandrina


Collegare insieme l'epilogo del Tuono: Mente Perfetta al Vangelo di Tommaso coglie esattamente il nucleo teologico della letteratura di Nag Hammadi. L'espressione "assaggiare, o gustare la morte" non è solo una figura retorica, ma racchiude un'intera dottrina escatologica e cognitiva.


Il Vangelo di Tommaso e il Logion 1

Il collegamento più celebre e diretto è senza dubbio l'incipit del Vangelo di Tommaso (Nag Hammadi Codex II, 2):

"Queste sono le parole segrete che Gesù il Vivente ha proferito e che Didimo Giuda Tommaso ha messo per iscritto.

Ed egli disse: «Chiunque troverà l'interpretazione di queste parole non gusterà la morte (ϥⲛⲁϫⲓ ϯⲡⲉ ⲁⲛ ⲙ̄ⲡⲙⲟⲩ - f-na-ji tipe an m-p-mou)»."

In copto, l'espressione è ϫⲓ ϯⲡⲉ ⲙ̄ⲡⲙⲟⲩ (ji tipe m-p-mou), letteralmente "prendere il gusto, prendere l'assaggio della morte".

Nel testo del Tuono, la chiusura copta ⲛ̄ⲥⲉⲧⲙ̄ⲙⲟⲩ (n-se-tm-mou, "ed essi non moriranno") si inscrive esattamente in questo medesimo orizzonte semantico e dottrinale, evocando la liberazione dall'ultimo grande nemico: la mortalità.


Le radici greco-ebraiche


L'idea di "assaggiare la morte" deriva dall'ambiente semitico ed è passata al greco neotestamentario come γεύεσθαι θανάτου (geuesthai thanatou).

La ritroviamo nei Vangeli sinottici ("Vi sono alcuni qui presenti che non gusteranno la morte prima di aver visto il regno di Dio", Marco 9,1), e soprattutto nel Vangelo di Giovanni, il testo canonico più affine al pensiero gnostico: "Se uno osserva la mia parola, non gusterà mai la morte" (Giovanni 8,52).


Tuttavia, mentre nel cristianesimo ortodosso la promessa venne presto interpretata in chiave futura e apocalittica (la Resurrezione della Carne alla fine dei tempi), nella Gnosi il significato viene radicalmente interiorizzato e spazializzato nel "qui e ora".


Il significato dottrinale Gnostico: Cos'è la Morte?

Per i redattori dei testi di Nag Hammadi, la Morte biologica del corpo fisico (l'involucro ilico) è irrilevante. La Morte che fa terrore è la Morte Spirituale.

Nella teologia gnostica, la Morte coincide con:

L'Ignoranza (agnoia): Non sapere chi si è, da dove si viene e verso dove si è diretti.

L'Oblio (lethe): Dimenticare la propria origine divina e pleromatica.

Il Sonno, o il Torpore: L'essere assorbiti dalle passioni e dalle illusioni della materia (il koimeterion in senso negativo, o la mancanza di nēphe, la sobrietà, citata proprio alla fine de Il Tuono).

Pertanto, "gustare la morte" significa partecipare intimamente e passivamente all'illusione del cosmo materiale. Il verbo "gustare" indica un'esperienza sensoriale, profonda, un assimilare l'illusione dentro di sé fino a diventarne parte. L'anima non illuminata "gusta" continuamente l'amarezza del mondo inferiore, morendo infinite volte attraverso la ruota delle incarnazioni o la dissoluzione finale.


L'Antidoto: La Gnosi e il Riposo (Anapausis)

Come si smette di "gustare la morte"? Non attraverso la fede in un dogma storico, ma attraverso lo sforzo cognitivo e spirituale.

Nel Vangelo di Tommaso, la salvezza si ottiene trovando l'interpretazione (bwl, lo scioglimento) delle parole segrete.

Nel Tuono: Mente Perfetta, si ottiene ascoltando la Rivelatrice, accogliendola, giudicando se stessi e fuggendo il Torpore (ritrovando la sobrietà, ϣⲁⲛⲧⲟⲩⲣ̄ⲛⲏⲫⲉ), per salire verso il Luogo del Riposo.

Chi ottiene la Conoscenza (Gnosi), diventa consapevole della propria scintilla divina (lo pneuma). Chi scopre che il proprio Interno è identico al Divino (come recita il frammento de Il Tuono sullo specchio interiore), diviene "Vivente".

Per questa persona, la morte del corpo sarà solo lo svestirsi di un abito vecchio. Poiché appartiene già all'Eternità, non sperimenterà ("non assaggerà") la morte, ma transiterà direttamente nell'Esistenza assoluta.

Il Vangelo di Tommaso e Il Tuono: Mente Perfetta condividono la stessa pedagogia di salvezza. Il Rivelatore (il Gesù Vivente da un lato, l'Epinoia/Iside/Elena dall'altro) scende nel mondo materiale, getta i semi di paradosso e sapienza (le parole segrete), e sfida l'uditore a decifrarli. Il premio per questa decodifica non è il perdono dei peccati in senso ortodosso, ma l'immortalità ontologica: allontanare per sempre la propria anima dal banchetto velenoso dell'ignoranza e della morte.


Il Vangelo di Tommaso (NHC II, 2)

Prologo, Logion 1 e Logion 2: L'Itinerario del Cercatore.

Il testo è trascritto dal Codex II della biblioteca di Nag Hammadi (foglio 32, righe 10-19). La lingua è il copto sub-sahidico con forti influssi dialettali (in particolare licopolitani, o achmimici), tipici dello scriba egiziano che ha copiato il codice.

Il Prologo (Incipit):

Ⲛⲁⲉⲓ ⲛⲉ ⲛ̅ϣⲁϫⲉ ⲉⲑⲏⲡ ⲉⲛⲧⲁ Ⲓ̅Ⲥ̅ ⲉⲧⲟⲛϩ ϫⲟⲟⲩ

ⲁⲩⲱ ⲁϥⲥϩⲁⲓ̈ⲥⲟⲩ ⲛ̅ϭⲓ Ⲇⲓⲇⲩⲙⲟⲥ Ⲓ̈ⲟⲩⲇⲁⲥ Ⲑⲱⲙⲁⲥ.

Naei ne n-šaje e-thēp enta IS et-onh joou

auw af-s'hai-sou nči Didymos Ioudas Thōmas.


«Queste sono le parole segrete che Gesù il Vivente ha proferito

e che Didimo Giuda Tommaso ha messo per iscritto».


Logion 1

ⲁⲩⲱ ⲡⲉϫⲁϥ ϫⲉ ⲡⲉⲧⲁϩⲉ ⲉⲑⲉⲣⲙⲏⲛⲉⲓⲁ

ⲛⲛⲉⲉⲓϣⲁϫⲉ ϥⲛⲁϫⲓϯⲡⲉ ⲁⲛ ⲙⲡⲙⲟⲩ.

Auw pejaf je p-et-a-he e-th-hermēneia

n-neei-šaje f-na-ji-tipe an m-p-mou.


«Ed egli disse: "Colui che ha trovato l'interpretazione di queste parole non gusterà la morte"

(E disse-egli | [introduttivo discorso diretto]: colui-che-ha-trovato

a-la-interpretazione [greco hermēneia] | di-queste-parole

egli-farà-prendere-sapore [futuro] | non di-la-morte).


Logion 2

ⲡⲉϫⲉ Ⲓ̅Ⲥ̅ ⲙⲛⲧⲣⲉϥⲗⲟ ⲛϭⲓ ⲡⲉⲧϣⲓⲛⲉ ⲉϥϣⲓⲛⲉ ϣⲁⲛⲧⲉϥϭⲓⲛⲉ,

ⲁⲩⲱ ϩⲟⲧⲁⲛ ⲉϥϣⲁⲛϭⲓⲛⲉ ϥⲛⲁϣⲧⲣⲧⲣ,

ⲁⲩⲱ ⲉϥϣⲁⲛϣⲧⲟⲣⲧⲣ ϥⲛⲁⲣϣⲡⲏⲣⲉ,

ⲁⲩⲱ ϥⲛⲁⲣⲣⲣⲟ ⲉϫⲙ ⲡⲧⲏⲣϥ.

Peje IS: m-p-r-tre-f-lo nči p-et-šine ef-šine šantef-čine,

auw hotan ef-šan-čine f-na-š-tr-tr,

auw ef-šan-štortr f-na-r-špēre,

auw f-na-r-rro ejm p-tēr-f.


«Gesù disse: "Colui che cerca non smetta di cercare finché non trovi. E quando avrà trovato, sarà turbato; e quando sarà turbato,

si stupirà; e regnerà sul Tutto".»


(Disse Gesù: non-permettere-che-egli-cessi [causativo negativo] da-parte-di colui-che-cerca mentre-egli-cerca finché-egli-trovi e quando [greco hotan] se-egli-troverà egli-farà-turbarsi e se-egli-si-turberà egli-farà-meraviglia [stupirsi] e egli-farà-re sopra il-tutto-di-esso).


Analisi Grammaticale e Sottigliezze Filologiche:

La tensione temporale di ⲡⲉⲧⲁϩⲉ (petahe, Logion 1):

La quasi totalità delle traduzioni italiane e internazionali rende questo passaggio al presente o al futuro: "Chi troverà..." o "Chi scopre...".

Tuttavia, dal punto di vista grammaticale, il copto impiega un relativo perfetto. Letteralmente indica "Colui che ha trovato, o raggiunto". Questo implica che, per il redattore, l'evento dell'incontro con la parola e la sua comprensione è un fatto già avvenuto nell'interiorità dello gnostico (per predestinazione o per risveglio già attuato), di cui la mancata esperienza della morte è la conseguenza ontologica logica. Inoltre, il verbo ϩⲉ (he, "trovare", "imbattersi") regge la preposizione ⲉ- (direzione/moto a luogo).

Lo gnostico non "trova" l'interpretazione come se fosse un oggetto inerte, ma "cade dentro" (ϩⲉ ⲉ-), "si imbatte" nell'interpretazione (ⲉⲑⲉⲣⲙⲏⲛⲉⲓⲁ, eth-ermēneia).


La proibizione causativa ⲙⲛⲧⲣⲉϥⲗⲟ (mn-treflo, Logion 2):

In sahidico standard, la forma imperativa negativa causativa ("non lasciare che egli...") si scriverebbe ⲙⲡⲣⲧⲣⲉϥⲗⲟ (m-prtreflo).

La forma mista ⲙⲛⲧⲣⲉϥⲗⲟ testimonia la fluidità dialettale del copto del IV secolo e l'influsso di parlate regionali del Medio Egitto.

Il verbo ⲗⲟ (lo) significa "smettere, cessare, guarire".

La ricerca è dunque presentata quasi come una tensione vitale da cui non ci si può "congedare" o "curare" finché non si è giunti al traguardo.


Il doppio registro del turbamento: ϣⲧⲣⲧⲣ (štrtr) e ϣⲧⲟⲣⲧⲣ (štortr):

Il testo gioca con due varianti dello stesso verbo per indicare il turbamento: prima al Primo Futuro (ϥⲛⲁϣⲧⲣⲧⲣ, fnaštrtr;"egli sarà turbato") e subito dopo nel condizionale (ⲉϥϣⲁⲛϣⲧⲟⲣⲧⲣ, efšanštortr; "quando si sarà turbato"). Questa variazione vocalica interna suggerisce un'insistenza quasi ipnotica e ritmica sull'esperienza del trauma cognitivo.


La saldatura tra questi due logia svela il nucleo della soteriologia di Tommaso:

Il Logion 1 pone l'obiettivo: L'immortalità ontologica (ϥⲛⲁϫⲓϯⲡⲉ ⲁⲛ ⲙⲡⲙⲟⲩ, fnaḏjitipe an m-p-mou; "non assaggeranno la morte") non è legata alla fede nei miracoli o alla passione storica di Gesù, ma alla decodifica ermeneutica delle sue parole segrete (ⲑⲉⲣⲙⲏⲛⲉⲓⲁ, th-ermēneia). Il Salvatore gnostico non offre il proprio corpo come sacrificio, ma offre parabole e paradossi come enigma.

Il Logion 2 descrive il metodo e la fenomenologia della ricerca (ϣⲓⲛⲉ, šine):

La Ricerca attiva (ϣⲓⲛⲉ, šine): Lo gnostico deve farsi cercatore, in un processo instabile e ininterrotto.

L'Urto con il paradosso (ϣⲧⲣⲧⲣ, štrtr): Trovare la verità non genera pace consolatoria, ma turbamento. Lo gnostico scopre che la sua identità mondana è un'illusione. Il suo interno e il suo esterno si capovolgono (esattamente come dirà Il Tuono). Questo turbamento è il trauma del risveglio dall'ebbrezza materiale.

La Meraviglia (ⲣ-ϣⲡⲏⲣⲉ, r-špēre): Superato il turbamento della perdita dell'ego mondano, subentra lo stupore dinanzi al mistero della propria scintilla divina divina.

La Regalità acosmica (ⲣ-ⲣⲣⲟ, r-rro): Chi si riconosce consustanziale alla sorgente divina non è più schiavo del destino, o dei governanti di questo mondo. Diventa "re sul Tutto", unito al Pleroma.


Lo schema ascensionale:

(Cerca Trova Turbati Stupisciti Regna)

trova un riscontro testuale formidabile nel frammento greco di Oxyrhynchus, 654, dove la catena si conclude con un ulteriore gradino: "e regnando, egli riposerà" (ἐπαναπαήσεται).


Il concetto di "riposo" (anapausis, ⲁⲛⲁⲡⲁⲩⲥⲓⲥ) è la medesima chiusura che abbiamo analizzato nel Tuono (ⲁⲛⲟⲕ ⲇⲉ ⲡⲉ ⲛⲟⲩⲥ ⲛⲧⲉⲗⲉⲓⲟⲥ ⲁⲩⲱ ⲧⲁⲛⲁⲡⲁⲩⲥⲓⲥ ⲙⲡⲛⲁ, anok de pe nous n̄-[teleios] · auw t-anapausis m̄-p[na]; "Io, in verità, sono la Mente Perfetta, e il riposo dello Spirito").

La regalità e il riposo sono dunque lo stato finale in cui la morte biologica è completamente disinnescata, perché l'anima abita già l'Eternità.



Excursus II:

La "Preistoria" della Morte.

Ricostruzione filologica della radice verbale

nasale-bilabiale "m-".


L'eccezionale consonanza fonetica tra il copto ⲙⲟⲩ (mou), l'antico egizio mwt, la radice semitica m-w-t e quella indoeuropea mer- rappresenta uno dei nessi più affascinanti della linguistica comparata.

Rintracciare la "preistoria" di questo concetto significa intraprendere un viaggio a ritroso che attraversa i millenni, sospeso tra due grandi paradigmi scientifici: l'ipotesi genealogico-genetica (la macrofamiglia Nostratica o Eurasiatica), e l'ipotesi fonosemantica (l'iconicità del suono e il fonosimbolismo primordiale).

Se analizziamo le lingue storicamente documentate dell'area circum-mediterranea ed eurasiatica, notiamo una convergenza straordinaria centrata sulla nasale labiale /m/, spesso seguita da una risonante liquida /r/ o da una dentale /t/ o /d/.


Il Ramo Afroasiatico

La famiglia afroasiatica conserva con assoluta fedeltà la radice biconsonantica o triconsonantica per indicare il morire:

Antico Egizio e Copto: Nell'egizio geroglifico, il verbo "morire" e il sostantivo "morte" sono scritti come mwt (rappresentato spesso dal geroglifico del nibbio, o dall'ideogramma determinativo dell'uomo che cade, o viene percosso).

Nel IV secolo d.C., questa forma si evolve nel copto ⲙⲟⲩ (mou), che mantiene intatta la nasale labiale d'origine.


Il Ramo Semitico

La radice triconsonantica m-w-t domina l'intero panorama semitico:

Ugaritico: mt (sia il verbo "morire" che il nome della divinità della morte, Mot).

Ebraico biblico: māwet (מָוֶת, "morte") e il verbo mēt (מֵת, "egli morì").

Arabo: mawt (مَوْت, "morte") e il verbo māta (مَاتَ, "morire").

Accadico: mâtu ("morire").

Berbero (Libico-Berbero): Il verbo per morire è ricostruito come mmet o mmat.

Ciadico: Nelle lingue ciadiche occidentali, come l'Hausa, troviamo il verbo mutu ("morire").


Il Ramo Indoeuropeo

Nel ceppo indoeuropeo, la radice di riferimento è *mer-, o *mor-.

Indo-Iranico: In Sanscrito la radice verbale è mṛ- ("morire"), che genera il verbo marati ("egli muore") e il sostantivo astratto mṛtyu- ("morte"). Da qui deriva anche amṛta ("immortale", corrispondente al greco ámbrotos). In Avestico troviamo mar- ("morire").

Il Latino continua magnificamente la radice con il verbo deponente mori ("morire") e il sostantivo mors, mortis ("morte"), da cui l'italiano morte, lo spagnolo muerte e il francese mort.

Ellenico: In Greco Antico, la radice subisce una variazione fonetica regolare ma mimetica. La sequenza originaria indoeuropea *mṛ-tós ("mortale") subisce la labializzazione della nasale davanti a liquida (*mr- -> *br-), dando origine a brotós (βροτός, "mortale, uomo"). La forma originaria si conserva splendida nell'antitesi dell'aggettivo ámbrotos (ἄμβροτος, "immortale", letteralmente "non-mortale", con la nasale di raccordo /m/ che riemerge prima della /b/).

Slavo: L'Antico Slavo Ecclesiastico presenta il verbo mĕrti ("morire") e il sostantivo sŭ-mĭrtĭ ("morte"), continuato nel russo smert' (смерть).

Baltico: Il Lituano attesta il verbo mirti ("morire") e il sostantivo mirtis ("morte").

Celtico: L'Antico Irlandese presenta marb ("morto"), evolutosi nel gallese marw.

Anatolico: L'Ittita attesta forme come merta ("sparì, svanì, morì").

Germanico: Il germanico rappresenta un'eccezione parziale. Per indicare l'atto fisiologico del morire ha preferito la radice *dheu- ("esalare, svanire", da cui l'inglese die / dead e il tedesco tot). Tuttavia, ha conservato la radice in /m/ per indicare la morte violenta o il delitto: il Protogermanico *murthrą dà l'Antico Inglese morðor (da cui il moderno murder) e l'Antico Alto Tedesco mord (il moderno Mord).


Altre Macrofamiglie (L'Isomorfismo Extranostranico)

Un caso sbalorditivo di convergenza fonetica si riscontra nel ceppo Austronesiano:

Il Proto-Austronesiano ricostruito presenta la radice *matay ("morire").

Da essa derivano il malese e l'indonesiano mati, il tagalog matay,

il cebuano matay e il malgascio maty.

Pur non essendoci alcun legame genetico dimostrato tra l'Austronesiano e l'Indoeuropeo o l'Afroasiatico, l'accoppiata della nasale /m/ accostata a una dentale o liquida per definire la morte si ripresenta identica a migliaia di chilometri di distanza.


Il Primo Livello di Ricostruzione:

Le Proto-Lingue (4000 - 8000 a.C.).

Risalendo la corrente del tempo, i linguisti storici hanno isolato le forme ancestrali delle rispettive famiglie linguistiche prima della loro frammentazione dialettale:

La radice indoeuropea *mer- non indicava semplicemente l'arresto biologico del battito cardiaco, ma portava con sé una sfumatura semantica legata allo sfumare, all'indebolirsi, all'oscurarsi.

In alcune lingue indoeuropee, infatti, la radice ha generato parole legate all'oscurità o alla palude (es. il latino mare, originariamente "acqua stagnante, o morta", o l'inglese murky, "oscuro, nebbioso").


Il Tronco Comune: L'Ipotesi 'Nostratica' (12.000 - 10.000 a.C.)

Per spiegare la coincidenza significativa tra il Proto-Indoeuropeo *mer- e il Proto-Afroasiatico *m-w-t, i linguisti della scuola nostalgico-eurasiatica (come Vladislav Illič-Svityč e Aharon Dolgopolsky) hanno ipotizzato l'esistenza di una lingua madre comune della prima fase post-glaciale: il Proto-Nostratico.

In questa sede, la radice ancestrale ricostruita per il concetto di mortalità oscilla tra due forme:

*mûto- ("andarsene, perire, essere rimosso"): proposta da Dolgopolsky per collegare direttamente il semitico-egizio *m-w-t con alcune forme siberiane e dravidiche.

*muda-, o *mula- ("finire, terminare, completare il ciclo"): proposta, da Illič-Svityč per spiegare la transizione dallo stato attivo a quello inerte.

Sebbene la teoria Nostratica rimanga controversa e non universalmente accettata dalla linguistica accademica più prudente (a causa dell'enorme distanza temporale che rende difficile distinguere le leggi fonetiche regolari dai semplici contatti preistorici o dalle coincidenze), essa offre una spiegazione geometrica affascinante a questa "preistoria" del lessico.


L'Ipotesi Fonosemantica: L'Acustica del Silenzio.

Se invece rifiutiamo la parentela genealogica (Nostratica) tra Indoeuropei, Afroasiatici e Austronesiani, come spieghiamo la ricorrenza universale della nasale /m/ per la morte?

La risposta risiede nell'iconicità fonetica (o fonosimbolismo), magistralmente teorizzata da Roman Jakobson:

La fonazione come vita: I suoni vocalici aperti e le consonanti occlusive sorde rappresentano l'espulsione dell'aria, l'energia del soffio vitale (il pneuma o ruah).

La /m/ come sigillo: La nasale bilabiale /m/ si produce chiudendo completamente le labbra e lasciando risuonare l'aria esclusivamente nella cavità nasale, senza proiezione esterna.

E' un suono introverso, sordo, che mima la chiusura ermetica della bocca. È il silenzio assoluto, l'impossibilità di articolare parola, l'oscurità del ventre materno o della tomba.


L'antitesi Madre-Morte

E' straordinario notare come la /m/ presieda ai due poli estremi dell'esistenza umana.

La /m/ di Madre (la radice infantile universale *ma-) rappresenta il primo suono labiale legato alla suzione del neonato, all'apertura verso il nutrimento e la vita.

Al polo opposto, la /m/ di Morte (*mer- / *m-w-t) rappresenta la chiusura definitiva delle labbra: il sigillo della fonazione, l'ultimo respiro che si spegne nel silenzio interiore.


Excursus III:

La Folgore e il Silenzio: Il "Tuono" della Gnosi e lo yoga del Vijñānabhairava Tantra. La Meditazione degli Intervalli di Realtà come pratica per i nostri tempi.


«Io sono il silenzio che non può essere compreso... io sono la Mente Perfetta e il riposo dello Spirito» (Il Tuono, NHC VI, 2)


«La Śakti è la porta d'ingresso... quando lo stato di Śakti è compreso, l'identità non-duale con Śiva è realizzata» (Vijñānabhairava Tantra, v. 20)



Nel panorama delle scritture sacre dell'umanità esistono testi "anomali", schegge impazzite che rifiutano di farsi catalogare nelle rassicuranti strutture teologiche delle rispettive tradizioni d'appartenenza. Nel cristianesimo delle origini (e specificamente nell'alveo della corrente gnostica), questo ruolo di rottura assoluta spetta a Il Tuono: Mente Perfetta (Nag Hammadi Codex VI, 2); nel corpo dei tantra svelati dello Śivaismo del Kashmir, la stessa vertigine è custodita dal Vijñānabhairava Tantra.


Vedi l'Articolo: Vijñānabhairava Tantra "Trattato sul Tremendo come Divina Conoscenza"]


Entrambi i testi non si rivolgono alla mente discorsiva (greco: dianoia, o sanscrito: vikalpa) per convincerla attraverso passaggi sillogistici, ma operano una violenta e metodica decostruzione delle categorie duali, agendo come catalizzatori di un risveglio immediato. Letto oggi, questo parallelismo non è solo un esercizio di comparazione accademica, ma svela un metodo di meditazione radicale e urgente per la donna e l'uomo contemporaneo, perso nel labirinto di un'identità frammentata e iper-concettualizzata.


La Folgore dell'Antinomia: La Via della "scossa" Cognitiva

La progressione poetica de Il Tuono è ritmata da una catena di autoproclamazioni 'aretalogiche' che collassano l'una dentro l'altra in forma di paradossi insostenibili per la logica ordinaria:


«Io sono la prima e l'ultima. Io sono la venerata e la disprezzata. Io sono la prostituta e la santa. Io sono la sposa e la vergine» (NHC VI, 13:16-22)


Questa polarizzazione sistematica non è un mero artificio retorico. Dal punto di vista fenomenologico, la Rivelatrice dell'inno copto trascina l'ascoltatore in un vicolo cieco razionale. Identificandosi simultaneamente con gli estremi opposti di ogni asse etico, sociale e ontologico, ella induce un vero e proprio trauma cognitivo. Questo stato di disorientamento fecondo corrisponde esattamente al termine copto ϣⲧⲟⲣⲧⲣ (štortr), il "turbamento" o "terremoto interiore" che nel Vangelo di Tommaso (Logion 2) costituisce il passaggio obbligato dopo la ricerca (ϣⲓⲛⲉ, šine) e prima dello stupore (ⲣ̄-ϣⲡⲏⲣⲉ, -špēre).

La meditazione antinomica del Tuono consiste nell'esporre la coscienza alla collisione degli opposti affinché l'illusione di un'identità solida e unilaterale (l'ego storico, aggrappato alle proprie preferenze e repulsioni) si sgretoli.

La Rivelatrice costringe l'anima a riconoscersi sia nella "sterile" (ta-črēn), sia nella "madre di molti figli"; sia nella "straniera" (šm̄mw), sia nella "cittadina" (rm̄ n-polis).

Nel collasso delle polarità, la mente razionale capitola. Ciò che rimane quando ogni definizione duale viene incenerita è la pura presenza testimoniale: il Sé profondo, non-duale, che il redattore copto chiama ⲛⲟⲩⲥⲛ̄ⲧⲉⲗⲓⲟⲥ (Nous n-teleios), e che i maestri kashmiri descrivono come Consapevolezza auto-riflettente (vimarśa).


Il Nous, la Mente come Lievito del Mondo e la Non-Dualità Immanente

Molti interpreti storici hanno liquidato lo gnosticismo come una forma di dualismo ascetico, caratterizzato da una svalutazione radicale nei confronti della materia. Tuttavia, sezione conclusiva

del Tuono e, in particolare, la sua audace metafora culinaria, scardinano questa lettura, rivelando una dottrina di profonda immanenza e di perfetta non-dualità:


ⲁⲛⲟⲕ ⲉⲧⲥⲟⲃⲧⲉ ⲙ̄ⲡⲟⲉⲓⲕ ⲙⲛ̄ ⲡⲁⲛⲟⲩⲥ ⲉϩⲟⲩⲛ

«Io sono Colei che impasta il pane con la mia Mente (Nous) all'interno» (NHC VI, 19:10-12).


La particella copta ⲙⲛ̄ ("con", "e") permette di leggere il Nous (la Mente divina) non come un princìpio separato che osserva la materia dall'alto dei cieli del Pleroma, ma come il lievito spirituale impastato dentro la farina del mondo.

La divinità non si raggiunge fuggendo dal sensibile, ma riconoscendo la fermentazione della coscienza divina nel cuore stesso della materia grezza. Il Nous è l'ingrediente invisibile che trasforma la materia in "pane" sacro, ossia in realtà cosciente di sé.

Questa concezione gnostica della mente come lievito immanente trova una risonanza perfetta nella dottrina śivaita dello Spanda (la divina Vibrazione o Pulsazione cosmica).

Secondo le scuole śivaite del Kashmir, lo Spanda è l'energia cinetica immanente della Coscienza assoluta che fa pulsare l'Universo intero.

Śiva (il Silenzio trascendente) e Śakti (il Tuono della manifestazione) non sono due principi separati, ma la medesima pasta cosmica: il fuoco e il suo calore, l'impasto e la sua forza lievitante.

Come la Rivelatrice afferma di essere al contempo "l'Essenza (ousia) e Colei che è priva di Essenza", così la non-dualità kashmira rifiuta di separare il trascendente dall'immanente, invitando a meditare sul mondo non come un velo di Māyā da rifiutare e distruggere, ma come il Corpo glorioso della stessa Coscienza divina.


Il Ponte Noetico tra la Gnosi e il Tantra: la Consapevolezza auto-riflettente (Vimarśa) e la decostruzione delle Rappresentazioni Parziali (sakala)

Per comprendere la natura profonda di questa Rivelazione al di là dei confini dogmatici, è necessario gettare un 'ponte' noetico tra l'antropologia gnostica e la metafisica dello Śivaismo non-duale del Kashmir.

Un'analisi filologicamente rigorosa ci impone di fare una distinzione tra i commentatori del Vijñānabhairava Tantra.

Il celebre commento Uddyota di Kṣemarāja (XI°secolo d.C.), allievo di Abhinavagupta, si concentra quasi esclusivamente sulla sezione introduttiva del testo (versi 1-23), focalizzandosi sulla pura e indifferenziata non-dualità (niṣkala). Kṣemarāja vi illustra magistralmente i due aspetti inseparabili dell'Assoluto:

Prakāśa: La pura luce della Coscienza indifferenziata, il Testimone immobile (corrispondente al Silenzio inconoscibile o al Padre gnostico).

Vimarśa: La capacità intrinseca della Coscienza di riflettere su se stessa, di comprendersi e di manifestarsi come dinamismo creativo (corrispondente all'Epinoia, alla Sophia o alla Voce del Tuono).

Proprio nella sua sezione introduttiva, il testo tantrico opera una decostruzione radicale di tutte le proiezioni mentali e delle personificazioni religiose duali.

Nei versi 8 e 9, Bhairava (il "Tremendo") stesso dichiara a Bhairavī (la Dea), che lo aveva interrogato su quale delle sue manifestazioni concettuali fosse quella vera e reale:

गूहनीयतमं भद्रे तथापि कथयामि ते |

यत्किंचित्सकलं रूपं भैरवस्य प्रकीर्तितम् || ८ ||

तदसारतया देवि विज्ञेयं शक्रजालवत् |

मायास्वप्नोपमं चैव गन्धर्वनगरभ्रमम् || ९ ||

gūhanīyatamaṃ bhadre tathāpi kathayāmi te |

yatkiṃcit sakalaṃ rūpaṃ bhairavasya prakīrtitam || 8 ||

tad asāratayā devi vijñeyaṃ śakrajālavat |

māyāsvapnopamaṃ caiva gandharvanagarabhramam || 9 ||


"Essa (la mia vera natura) è sommamente segreta, O Graziosa, eppure la rivelo a Te.

Qualsiasi forma parziale (sakala, provvista di parti) sia al Tremendo attribuita, essa, come priva di sostanza (asāratayā), O Dea, va riconosciuta; come un trucco di magia (śakrajāla, la rete di Indra), paragonabile a un'illusione (māyā), a un sogno (svapna), al miraggio di una città di Cantori celesti (gandharvanagara) tra le nubi."


Questa formidabile affermazione nega valore ontologico definitivo a qualsiasi forma divina provvista di parti, attributi o supporti rituali (sakala).

Śivopādhyāya, l'altro commentatore storico del testo, evidenzia come tali descrizioni grossolane e antropomorfiche siano state concepite unicamente come espedienti pedagogici per coloro la cui mente è ancora agitata, illusa, o oscurata dal dualismo (bhrāntabuddhīnām, verso 10), alla stregua di una madre che usa piccoli spauracchi o dolciumi per guidare un bambino distratto (verso 13).


La Rivelatrice de Il Tuono incarna perfettamente un analogo principio di decostruzione. Essa rifiuta di farsi imprigionare in un'immagine teologica rassicurante. Quando lo gnostico o lo yogin scorge l'Universo non come un insieme di forme solide esterne, ma come la proiezione fluida e "priva di essenza solida" (asāra) della propria Coscienza profonda, la dualità si azzera:

«Ciò che vi appartiene, il vostro Interno, altro non è che il vostro Esterno... Ciò che scorgete al di fuori di voi, lo speculate e lo vedete nel vostro intimo più profondo» (Tuono, NHC VI, 18:12-20)

Quando l'interno (ⲡⲉⲧⲛ̄ⲥⲁⲛϩⲟⲩⲛ, pe-t-n̄-sanhoun) si rivela identico all'esterno (ⲡⲉⲧⲛ̄ⲥⲁⲛⲃⲟⲗ, pe-t-n̄-sanbol), la Coscienza si risveglia alla sua vera natura trascendente e priva di forma (in sanscrito: niṣkala).


La 'Meditazione degli Interstizi':

la Rivelazione del Vijñānabhairava Tantra sui 112 tipi di yoga

Se la sezione iniziale del Vijñānabhairava Tantra demolisce le illusioni formali e le illusioni del culto ordinario, la parte centrale offre gli strumenti per fare esperienza diretta di questo Vuoto colmo di Coscienza.

Dal verso 24 in poi, è il commentatore Śivopādhyāya a offrirci le chiavi di lettura interpretative e pratiche delle 112 vie di meditazione (dhāraṇā) insegnate da Śiva, classificandole rigorosamente secondo il Sentiero dello Śivaismo non-duale.

La mente ordinaria è costantemente frammentata da pensieri discorsivi e stimoli verbali (vikalpa). La via tantrica spiegata da Śivopādhyāya consiste nel focalizzare l'attenzione sugli intervalli, gli interstizi e le pause della realtà (sandhi o madhya), quali istanti nei quali il rumore del mondo si spegne e brilla l'essenza di Bhairava.


La Pausa tra i Respiri (Vijñanabhairava, vv. 24-26)


ऊर्ध्वे प्राणो ह्यधो जीवो विसर्गात्मा परोच्चरेत् |

उत्पत्तिद्वितयस्थाने भरणाद्भरिता स्थितिः || २४ ||

मरुतोऽन्तर्बहिर्वापि वियद्युग्मानुवर्तनात्

भैरवं भैरवस्येत्थं भैरवि व्यज्यते वपुः || २५ ||

ūrdhve prāṇo hy adho jīvo visargātmā paroccaret |

utpattidvitayasthāne bharaṇād bharitā sthitiḥ || 24 ||

maruto 'ntar bahir vāpi viyadyugmānivartanāt |

bhairavyā bhairavasyetthaṃ bhairavi vyajyate vapuḥ || 25 ||


«L'energia vitale (prāṇa) esce verso l'alto; l'apāna scende verso il basso. Meditando sui due punti di svolta (viyadyugma) dove il movimento si inverte, si rivela la natura di Bhairava attraverso Bhairavī»,


e quindi:

न व्रजेन्न विशेच्छक्तिर्मरुद्रूपा विकासिते

निर्विकल्पतया मध्ये तया भैरवरूपता || २६ ||

na vrajen na viśec chaktir marudrūpā vikāsite |

nirvikalpatayā madhye tayā bhairavarūpatā || 26 ||


«Non esca, non entri (il respiro). La Potenza (śakti) in forma di ventilazione si dischiuda nell'intervallo mediano, con la cessazione del pensiero discorsivo.

Da questa cosa emerge la natura del Tremendo».


Śivopādhyāya commenta che tra l'espirazione (prāṇa, che sale) e l'inspirazione (apāna, che scende) esistono due Vuoti (śūnyayugma): uno esterno, al culmine dell'esalazione, e uno interno, al termine dell'inalazione. Secondo il commentatore, focalizzarsi con intensità priva di sforzo su questi due punti di inversione (madhyadaśā, lo stato di mezzo) arresta istantaneamente il flusso dei pensieri. E' la stessa esperienza dell'Anapausis (ⲁⲛⲁⲡⲁⲩⲥⲓⲥ), il "Riposo" dello Spirito di cui parla la sezione conclusiva del Tuono.

In quell'interstizio, il tempo lineare si ferma e l'energia limitata dell'individuo (āṇava) si espande nell'energia divina (śākta).

Śivopādhyāya evidenzia che questa pratica non consiste in una mera ginnastica respiratoria, ma in una profonda sintonizzazione energetica. La madhyanāḍī (il canale centrale o suṣumnā), sottile come la fibra di un gambo di loto, è in realtà il canale del vuoto interiore. Visualizzando l'energia che sale e si fa via via più sottile (sūkṣmatara), il praticante sperimenta lo scioglimento dell'identificazione con il corpo fisico (dehābhimāna). 

Questo processo corrisponde all'invocazione finale de Il Tuono:

"Prendete di me... l'intelligenza dal profondo del dolore",

in cui l'anima si sveste della sua pesantezza materiale per risalire verso l'alto.


La Dissoluzione del Suono e del Verbo

(Vijñanabhairava, vv. 38-41)


अनाहतेऽपात्रकर्णेऽभग्नशब्दे सरिद्द्रुते |

शब्दब्रह्मणि निष्णातः परं ब्रह्माधिगच्छति || ३८ ||

anāhate 'pātrakarṇe 'bhagnaśabde sariddrute |

śabdabrahmaṇi niṣṇātaḥ paraṃ brahmādhigacchati || 38 ||


«(Lo yogin che è) immerso nel Brahman-Parola, non prodotto da impulso,

non udibile all'orecchio, che risuona ininterrotto scorrendo come torrente,

perviene al Brahman supremo».


यस्य कस्यापि वर्णस्य पूर्वान्तावनुभावयेत् |

शून्यया शून्यभूतोऽसौ शून्याकारः पुमान्भवेत् || ४० ||

तन्त्र्यादिवाद्यशब्देषु दीर्घेषु क्रमसंस्थितेः |

अनन्यचेताः प्रत्यन्ते परव्योमवपुर्भवेत् || ४१ ||

yasya kasyāpi varṇasya pūrvāntāv anubhāvayet |

śūnyayā śūnyabhūto 'sau śūnyākāraḥ pumān bhavet || 40 ||

tantryādivādyaśabdeṣu dīrgheṣu kramasaṃsthiteḥ |

ananyacetāḥ pratyante paravyomavapur bhavet || 41 ||


«Si identifica col vuoto colui che di qualsiasi fonema percepisce i due momenti, la fase che precede e il termine, come puro vuoto grazie alla potenza del vuoto stesso».

Di colui del quale il pensiero non è rivolto altro che ai suoni prolungati

e via via succedentisi di strumenti musicali come liuti e simili, al margine

(delle risonanze), la rappresentazione corporea si identifica con lo spazio supremo».


Questo gruppo di dhāraṇā si collega direttamente all'aretalogia acustica del Tuono:

«Io sono il Nome segreto della Voce, e la Voce vibrante del Nome. Io sono il Suono primordiale...» (Tuono NHC VI, 19:22-30)


Il Tantra descrive in modo mirabile questa transizione: il suono grossolano (sthūlaśabda) si affina nel sussurro, poi nella pura vibrazione mentale (sūkṣma), fino a risolversi nel punto di condensazione dell'energia (bindu) e infine nella risonanza mistica (nādānta). Quando la parola sfuma nel vuoto della fonazione (śūnyoccāra), l'ascoltatore scopre che la sorgente di ogni parola è il Silenzio inconoscibile (in copto, ⲡⲕⲁⲣⲱϥ, p-karwf, il Silenzio incomprensibile).

La voce si risolve nel Nome, e il Nome si sigilla nel riposo assoluto.


Gli Interstizi tra le "scosse" quotidiane

(Vijñanabhairava, vv. 103 e sgg.)


न चित्तं निक्षिपेद्दुःखे न सुखे वा परिक्षिपेत् |

भैरवि ज्ञायतां मध्ये किं तत्त्वमवशिष्यते || १०३ ||

na cittaṃ nikṣiped duḥkhe na sukhe vā parikṣipet |

bhairavi jñāyatāṃ madhye kiṃ tattvam avaśiṣyate || 103 ||


«Non si immerga la mente nel dolore, e neppure la si immerga

nella felicità, O Bhairavī.

Sia conosciuta, invece, quella realtà che resta nel mezzo».


कूपादिके महागर्ते स्थित्वोपरि निरीक्षणात् |

अविकल्पमतेः सम्यक्सद्यश्चित्तलयः स्फुटम् || ११५ ||

kūpādike mahāgarte sthitvopari nirīkṣaṇāt |

avikalpamateḥ samyak sadyaś cittalayaḥ sphuṭam || 115 ||


«Fermandosi sull'orlo di un pozzo, di un abisso profondo,

guardando in basso, per colui che raffrena il pensiero discorsivo,

all'istante si manifesta un assorbimento dello stato mentale».


क्षुताद्यन्ते भये शोके गह्वरे वा रणाद्द्रुते |

कुतूहलेक्षुधाद्यन्ते ब्रह्मसत्तामयी दशा || ११८ ||

kṣutādyante bhaye śoke gahvare vā raṇād drute |

kutūhale kṣudhādyante brahmasattāmayī daśā || 118 ||


«All'inizio o alla fine di uno starnuto, nella paura, nel dolore,

o sull'orlo di un precipizio, scappando velocemente da una battaglia,

nella frenesia del desiderio erotico, all'inizio o alla fine della fame,

emerge la condizione costituita dall'essenza del Brahman».


वस्तुषु स्मर्यमाणेषु दृष्टे देशे मनस्त्यजेत् |

स्वशरीरं निराधारं कृत्वा प्रसरति प्रभुः || ११९ ||

vastuṣu smaryamāṇeṣu dṛṣṭe deśe manas tyajet |

svaśarīraṃ nirādhāraṃ kṛtvā prasarati prabhuḥ || 119 ||


«Rispetto alle cose che si ricordano, si concentri il pensiero

su una cosa che viene percepita (qui e ora).

Rendendo privo di sostegno il proprio corpo, sorge il Signore».


क्वचिद्वस्तुनि विन्यस्य शनैर्दृष्टिं निवर्तयेत् |

तज्ज्ञानं चित्तसहितं देवि शून्यालयो भवेत् || १२० ||

kvacid vastuni vinyasya śanair dṛṣṭiṃ nivartayet |

taj jñānaṃ cittasahitaṃ devi śūnyālāyo bhavet ||120 ||


«Posta attenzione in un oggetto, lentamente si distolga lo sguardo.

Quel (processo di) conoscenza consapevole, O Dea, sarà la dimora del Vuoto».


वस्त्वन्तरे वेद्यमाने सर्वव​स्तुषु शून्यता |

तामेव मनसा ध्यात्वा विदितोऽपि प्रशाम्यति || १२२ ||

vastvantare vedyamāne sarvavastuṣu śūnyatā |

tām eva manasā dhyātvā vidito 'pi praśāmyati || 122 ||


«Una volta riconosciuta in una cosa, la Vacuità (sarà riconosciuta)

in tutte le cose. Meditandola col pensiero, anche se (è una cosa ancora)

percepita, si ottiene la pace».


e soprattutto,


किंचिज्ञैर्या स्मृता शुद्धिः साशुद्धिः शंभुदर्शने |

न शुचिर्ह्यशुचिस्तस्मान्निर्विकल्पः सुखी भवेत् || १२३ ||

kiṃcijjñair yā smṛtā śuddhiḥ sāśuddhiḥ śambhudarśane |

na śucir hy aśucis tasmān nirvikalpaḥ sukhī bhavet || 123 ||


«Quella purezza raccomandata da scarsi intelletti, è impurità nella dottrina del Signore. Essa, infatti, non è nè pura, nè impura. Perciò, colui che supera le rappresentazioni mentali, diventa felice».



Il Tantra analizza con incredibile finezza psicologica queste situazioni di 'shock' (kṣobha). Quando l'essere umano è scosso da un'emozione violentissima (furia, spavento, fame estrema o godimento sessuale), la mente ordinaria subisce un collasso temporaneo. Per una frazione di secondo, prima che subentri la reazione razionale o l'etichettamento verbale, la Coscienza si trova in uno stato di vuoto assoluto e di pura intensità priva di pensieri (nirvikalpa).

Questa è la via fulminea del Sentiero supremo dell'assenza di pensiero. Essa rispecchia fedelmente la pedagogia de Il Tuono:

la Rivelatrice scuote l'ascoltatore con i suoi paradossi spiazzanti affinché, nel trauma della contraddizione, la mente discorsiva si dissolva e si apra lo spazio della pura Presenza.


Il Tremendo e l'Eternità:

La Coscienza senza morte di Bhairava e del Tuono

Perché associare la Rivelazione della Mente Perfetta a Lei-Tuono (ⲧⲉⲃⲣⲟⲛⲧⲏ) e l'Assoluto śivaita a Bhairava (la forma "tremenda" o "terrificante" di Śiva)?

Nella psicologia religiosa ordinaria, il divino viene spesso ridotto a un principio consolatorio, rassicurante e materno.

Ma sia lo gnosticismo del Tuono, sia lo Śivaismo non-duale rifiutano questa infantilizzazione della Coscienza.

La Verità dell'Essere è immensa, abissale e, per l'ego ristretto, appare necessariamente terribile e tremenda.

La Rivelatrice gnostica dichiara apertamente questa sua natura numinosa:

«Io, invero, sono colei che è in tutti i timori, e la forza nel tremore... Io sono forte, e io sono timorosa» (Tuono NHC VI, 17:15-20)


Allo stesso modo, Bhairava è colui che incarna il terrore cosmico del Tempo distruttore (Kāla), ma al contempo è la via d'uscita da quel terrore.

Incontrare il "Tremendo" (Bhairava) o lasciarsi scuotere dal "Tuono" significa accettare la morte dell'ego dualista.

E' lo smantellamento di tutte le nostre difese psicologiche, delle nostre morali di convenienza, delle nostre identificazioni sociali ("la prostituta e la santa"). Quando accettiamo di essere disintegrati da questa folgore esistenziale, scopriamo che ciò che muore è solo l'involucro fittizio della nostra personalità storica, mentre l'essenza intima rimane intatta, specchiandosi nell'Eternità.

Solo allora l'espressione misteriosa che conclude Il Tuono svela il suo vero significato esperienziale, identico alla promessa finale dei Maestri tantrici del Kashmir:

«...e non assaggeranno mai più la morte» (NHC VI, 20:25).


L'anima che ha trovato l'interstizio del silenzio spiegato dal Vijñanabhairava, che si è riconosciuta come il "Lievito divino" all'interno della materia e che ha superato il turbamento (lo štortr del Vangelo di Tommaso) davanti al paradosso della realtà non-duale, ha disinnescato per sempre la mortalità biologica.

Poiché abita già la pausa fuori dal tempo, l'istante senza fine della Mente Perfetta (Nous n-teleios), essa non attraversa più la morte come un evento distruttivo, ma come il naturale svestirsi di un abito vecchio per dimorare nel Riposo (anapausis) eterno della Coscienza assoluta.


Applicazione Pratica: Un Metodo Meditativo Quotidiano

per la Donna e l'Uomo contemporanei

Per tradurre questo immenso patrimonio noetico e sapienziale

in una pratica quotidiana atta a fronteggiare l'ansia e la frammentazione dei nostri tempi, possiamo strutturare un protocollo di meditazione sviluppato in tre fasi:


La Fase del Tuono (La Decostruzione):

All'inizio della sessione, osserva le tue identificazioni mentali

("sono stanco", "sono ansioso", "sono un professionista").

Applica metodicamente il paradosso del Tuono: per ogni affermazione, evoca consapevolmente l'estremo opposto

("io sono colui che è stanco, e io sono la forza inesauribile;

io sono vittima dell'ansia, eppure in me risplende il coraggio", e via di seguito).

Lascia che le coppie di pensieri opposti si scontrino nella mente finché non si annullano a vicenda, lasciando solo la pura presenza che osserva entrambi senza identificarsi con nessuno di essi.


La Fase dell'Interstizio (Il Vuoto):

Porta l'attenzione al termine di ogni esalazione naturale. Non forzare l'apnea, ma riposa passivamente nella frazione di secondo di silenzio respiratorio (śūnya) che separa l'espirazione dall'inspirazione.

Senti quel punto come il baricentro immobile del tuo vero essere.


La Fase del Lievito (L'Integrazione):

Riaprendo gli occhi e tornando alle attività quotidiane, visualizza la tua coscienza non come un osservatore rinchiuso dentro la scatola cranica, ma come il "lievito" impastato all'interno della stanza, dentro le persone che incontri, nel nucleo della materia stessa del mondo.

Ascolta, e senti che l'esterno e l'interno respirano e vibrano all'unisono nell'unica, infinita Śakti del Tremendo, o nel paradosso liturgico e sublime del bordello di Elena di Tiro.


a cura di Marino Faliero

Luglio 2026


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