La Biblioteca di Babele e la Rete di Indra

01.03.2026

Il formidabile incipit del racconto di Jorge Luis Borges "La Biblioteca di Babele", proietta il lettore in un tunnel metafisico, i cui elementi fenomenici sono rappresentati da aggregati di lettere quali elementi di informazione, la cui struttura, però, resta enigmatica, per lo più ineffabile e angosciosa.


"L'universo (che altri chiama la Biblioteca) si compone d'un numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali, con vasti pozzi di ventilazione nel mezzo, bordati di basse ringhiere. Da qualsiasi esagono si vedono i piani superiori e inferiori, interminabilmente.

La distribuzione degli oggetti nelle gallerie è invariabile. Venticinque vasti scaffali, in ragione di cinque per lato, coprono tutti i lati

meno uno; la loro altezza, che è quella stessa di ciascun piano, non supera di molto quella d'una biblioteca normale. Il lato libero dà su un angusto corridoio che porta a un'altra galleria, identica alla prima e a tutte… Di qui passa la scala spirale, che s'inabissa e s'innalza nel remoto. Nel corridoio è uno specchio,che fedelmente duplica le apparenze. Gli uomini sogliono inferire da questo specchio che la Biblioteca non è infinita (se realmente fosse tale, perché questa duplicazione illusoria?); io preferisco sognare che queste superfici argentate figurino e promettano l'infinito"…


Questa descrizione, volutamente fredda e architettonica, contiene in sé il germe della vertigine. L'esagono è la forma geometrica che permette la tassellatura perfetta del piano, non lasciando vuoti, non permettendo vie di fuga. È una prigione perfetta. La visibilità dei piani "interminabilmente" introduce l'asse verticale dell'infinito, creando una struttura che non è solo un labirinto planimetrico, ma un abisso senza fondo né soffitto. La scelta del termine "universo" per definire la Biblioteca elimina ogni "fuori". Non esiste un esterno dove riposare lo sguardo; l'architettura è totalizzante.

La precisione numerica (venticinque scaffali, cinque per lato) contrasta con l'indefinitezza dell'insieme. Questo è il primo paradosso di Borges: un caos generato da un ordine rigoroso. La Biblioteca non è un mucchio informe di libri, ma una struttura cristallina. Ogni elemento è al suo posto, eppure il senso complessivo sfugge.

La menzione dell'altezza degli scaffali in relazione al "bibliotecario normale" è uno dei pochi tocchi di umanità in un ambiente altrimenti ostile; suggerisce che la Biblioteca è fatta per l'uomo, o forse che l'uomo è solo un parassita dimensionato per abitarla.

L'illuminazione, elemento fondamentale per il confronto successivo con la Rete di Indra, è qui artificiale e insufficiente:

"… La luce procede da frutti sferici che hanno il nome di lampade. Ve ne sono due per esagono, su una traversa. La luce che emettono è insufficiente, incessante"…

"Insufficiente, incessante". Questi due aggettivi definiscono la condizione esistenziale del bibliotecario: condannato a vedere, ma mai chiaramente; condannato alla veglia in un crepuscolo eterno. A differenza della luce folgorante e onnipresente della Rete di Indra, la luce della Biblioteca è un povero surrogato tecnologico, un "frutto" meccanico che imita la natura ma non ne possiede il calore.

In ogni corridoio della Biblioteca esiste un oggetto che turba i bibliotecari più di ogni altro: lo specchio. Questo elemento è cruciale per il nostro confronto, poiché rappresenta il punto di contatto fenomenologico con la Torre di Maitreya e la Rete di Indra descritte nel Gaṇḍavyūha Sūtra, sebbene con una valenza opposta.

L'analisi di questo passaggio rivela la frattura epistemologica tra i materialisti e i mistici all'interno della Biblioteca. Per i primi, lo specchio è un inganno, un trucco scenico per far sembrare lo spazio più vasto di quanto non sia, implicando che esista un limite fisico che lo specchio deve mascherare. Per il Narratore (il mistico), lo specchio è una "promessa". È il simbolo visibile dell'infinito potenziale. Tuttavia, nella Biblioteca, lo specchio è passivo. "Fedelmente duplica", ma non connette. Riflette solo ciò che ha davanti (un altro corridoio, un volto stanco), creando una regressione lineare ad infinitum che è sterile. È una ripetizione dello stesso, non un'apertura verso l'altro.

Questo specchio descritto da Borges va letto come un "anti-gioiello di Indra". Mentre nella cosmologia buddhista il riflesso è il mezzo attraverso cui l'Universo si costituisce come unità interconnessa di stupore e beatitudine, nella Biblioteca il riflesso è fonte di angoscia, un raddoppiamento della solitudine e dell'inutilità degli sforzi umani.

Il terrore vero della Biblioteca non risiede nella sua architettura, ma nel suo contenuto. Borges applica un rigoroso calcolo combinatorio per dedurre la natura dei libri.

"… A ciascuna parete di ciascun esagono corrispondono cinque scaffali; ciascun scaffale contiene trentadue libri di formato uniforme; ciascun libro è di quattrocentodieci pagine; ciascuna pagina, di quaranta righe; ciascuna riga, di circa ottanta lettere di colore nero"…

Dato un numero finito di simboli ortografici (venticinque), le combinazioni possibili sono inimmaginabilmente vaste, ma finite. Tuttavia, poiché la Biblioteca è (o si presume sia) totale, essa deve contenere tutte queste combinazioni.

"… Tutto: la storia minuziosa dell'avvenire, le autobiografie degli arcangeli, il catalogo fedele della biblioteca, migliaia e migliaia di cataloghi falsi, la dimostrazione della falsità di quei cataloghi, la dimostrazione della falsità del catalogo vero, il vangelo gnostico di Basilide, il commento di quel vangelo, il commento del commento di quel vangelo, la relazione veridica della tua morte, la traduzione di ogni libro in tutte le lingue, e interpolazioni di ogni libro in tutti i libri"…

Questa lista è uno dei vertici della prosa di Borges. È un elenco del possibile che diventa soffocante. L'inclusione delle "autobiografie degli arcangeli" mescola il teologico con il burocratico, suggerendo che anche le entità divine sono soggette alla tirannia della combinatoria alfabetica. La presenza della "storia minuziosa dell'avvenire" annulla il tempo come divenire; se il futuro è già scritto e archiviato nello scaffale di un esagono remoto, la libertà è un'illusione.

Ma l'aspetto più crudele è la saturazione della verità da parte della menzogna. Per ogni riga che dice il vero, ci sono leghe di libri che affermano il falso o che differiscono per una sola virgola. La "dimostrazione della falsità del catalogo vero" è l'apice dello scetticismo epistemologico: anche se un bibliotecario trovasse la verità, non avrebbe modo di verificarla, poiché esisterebbe un altro libro, altrettanto autorevole nell'aspetto, che la confuta con argomenti perfetti.

Nella visione di Borges, il mondo è linguaggio. Ciò che non può essere combinato in lettere non esiste. È un universo logocentrico spinto alle sue estreme conseguenze, dove il rumore, le combinazioni insensate, che sono la stragrande maggioranza, domina sul segnale, il senso.

… "Come tutti gli uomini della Biblioteca, in gioventú io

ho viaggiato; ho peregrinato in cerca di un libro, forse del

catalogo dei cataloghi; ora che i miei occhi quasi non possono decifrare cioo che scrivo, mi preparo a morire a poche leghe dall'esagono in cui nacqui. Morto, non mancheranno mani pietose che mi gettino fuori della ringhiera; mia sepoltura sarà l'aria insondabile: il mio corpo affonderà lungamente e si corromperà e dissolverà nel vento generato dalla caduta, che è infinita. Io affermo che la Biblioteca è interminabile. Gli idealisti argomentano che le sale esagonali sono una forma necessaria dello spazio assoluto o, per lo meno, della nostra intuizione dello spazio. Ragionano che è inconcepibile una sala triangolare o pentagonale. (I mistici pretendono di avere, nell'estasi, la rivelazione d'una camera circolare con un gran libro circolare dalla costola continua, che fa il giro completo delle pareti; ma la loro testimonianza è sospetta; le loro parole, oscure. Questo libro ciclico è Dio). Mi basti, per ora,

ripetere la sentenza classica (parafrasando la dottrina dell'Ermetismo): La Biblioteca è una sfera il cui centro esatto è qualsiasi esagono, e la cui circonferenza è inaccessibile"…


Jorge Luis Borges, cieco custode di libri, ha costruito con la Biblioteca di Babele un monumento all'impossibilità umana di afferrare l'assoluto attraverso la ragione e la catalogazione. Ma nello stesso gesto, attraverso l'uso di specchi, cicli e paradossi, ha lasciato socchiusa la porta verso una comprensione diversa, quella intuitiva e luminosa della Rete di Indra. Siamo, dunque, condannati a vagare tra gli esagoni, oppressi dalla carta e dall'inchiostro, ma possiamo, in rari momenti di grazia intellettuale, intuire che le pareti della prigione sono fatte di specchi, e che la nostra solitudine è solo un'illusione ottica in una rete di infinite interconnessioni.

Per sviluppare il nostro confronto, dobbiamo ora spostarci dall'architettura occidentale alla visione orientale. La "Rete di Indra" è un concetto centrale della scuola buddhista Huayan, che Borges conosceva e citava, affascinato dalla sua capacità di risolvere i paradossi dell'infinito attraverso l'ottica e la relazione anziché attraverso l'accumulo.

Se la Biblioteca è fatta di materia opaca (libri) e spazi vuoti (pozzi di ventilazione), la Rete di Indra è fatta di luce e riflessi.

"Nei Cieli di Indra si dice esserci una rete di perle, disposte in modo tale che se ne guardi una, vedi tutte le altre riflesse in essa. E se ti muovi in qualsiasi parte di essa, attivi il suono di campanelli che risuonano attraverso ogni parte della rete, attraverso ogni parte della realtà".

Borges riprende questa immagine in vari saggi, usandola per illustrare l'idea che l'universo è un tutto organico dove ogni parte contiene il tutto.

"Ogni perla di cristallo riflette non solo la luce proveniente da ogni altro cristallo della rete, ma anche ogni altro riflesso presente in ogni altra perla"…

Qui risiede la differenza fondamentale: l'interpenetrazione. Nella Biblioteca, il libro A è fisicamente separato dal libro B. Possono essere vicini sullo scaffale, ma il contenuto del libro A non cambia se il libro B viene bruciato. Sono monadi chiuse. Nella "Rete di Indra", ogni gioiello è il riflesso di tutti gli altri. Non ha un'identità intrinseca ("Svabhava") separata dalla rete. Se si rimuove un gioiello, la rete intera cambia, poiché quel particolare punto di vista sulla totalità viene meno.

Per Borges, la Rete offre una soluzione all'angoscia dell'identità personale. Nella Biblioteca, i bibliotecari sono ossessionati dal trovare il libro che spiega il loro destino, la loro "Vindicazione". Sono intrappolati nell'Io. Ma la "Rete di Indra" insegna che l'Io è un'illusione; ogni individuo è solo un nodo di relazioni, un punto di intersezione del karma di tutti gli altri esseri.

Il dramma della Biblioteca è che si tratta di una "Rete di Indra" materializzata. Nella Rete, l'informazione viaggia istantaneamente tramite la luce (riflesso). Nella Biblioteca, l'informazione è bloccata nella materia (libri) e richiede tempo fisico (il viaggio del bibliotecario) per essere accessibile. L'orrore della Biblioteca nasce dalla nostalgia di quella connessione istantanea che la "Rete di Indra" delle Scritture buddhiste possiede naturalmente. I bibliotecari vagano perché non possono "riflettere" la Conoscenza; devono "raggiungerla".

Tra i frammenti della ricerca emerge, infine, una citazione straordinaria:

"… Letizia Alvarez de Toledo ha osservato che la vasta Biblioteca è inutile; a rigore, basterebbe un solo volume, di formato comune, stampato in corpo nove o in corpo dieci, e composto d'un numero infinito di fogli infinitamente sottili... Il maneggio di questo serico vademecum non sarebbe comodo: ogni foglio apparente si sdoppierebbe in altri simili; l'inconcepibile foglio centrale non avrebbe rovescio".

Oggi viviamo in una realizzazione tecnologica della Biblioteca di Babele. Internet contiene "tutto ciò che è possibile esprimere", inclusi i cataloghi falsi, i commenti ai commenti, e le autobiografie degli Arcangeli. Tuttavia, la struttura di navigazione di Internet è più simile alla Rete di Indra: il collegamento ipertestuale (link). Cliccando un link, saltiamo da un nodo all'altro istantaneamente, annullando lo spazio fisico. Borges aveva intuito che per gestire l'informazione infinita della Biblioteca, serviva un meccanismo simile alla Rete di Indra. I motori di ricerca tentano di agire come la "luce" che connette i gioielli, anche se, spesso, finiscono per replicare il caos combinatorio degli esagoni.




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