La Lunga Vita del Corvo Bhuśuṇḍa

Nel cuore del "Trattato sul Nirvāṇa" (Nirvāṇaprakaraṇa) dello Yogavāsiṣṭha, emerge una figura tra le più enigmatiche e affascinanti dell'intera letteratura sapienziale indiana: Bhuśuṇḍa, il Corvo Longevo (cirajīvī). Egli non è soltanto un uccello parlante o un saggio dalle vesti insolite, ma è l'incarnazione stessa del 'Liberato in Vita' (Jīvanmukta), colui che osserva il sorgere e il tramontare degli Universi con la medesima imperturbabilità con cui si guarda il rincorrersi delle onde sulla superficie di un oceano.
Mentre gli Dèi cadono dai loro troni e persino le vette del Meru tremano sotto i colpi del tempo, Bhuśuṇḍa rimane fermo sul suo ramo, protetto da una maestria interiore che sfida le leggi della tabula rasa cosmica, la conflagrazione ciclica (pralaya) degli Eoni.
Una Genesi tra Estasi e Trasgressione
Le circostanze del concepimento di Bhuśuṇḍa ci proiettano in un'atmosfera densa di simbolismo tantrico e sciamanico. La sua origine non risiede in una nascita ordinaria, ma in una festa orgiastica guidata dalle Madri (mātaraḥ), potenze feroci e vibranti che rappresentano le energie sensoriali del cosmo.
Durante una di queste celebrazioni estatiche, nell'ebbrezza generale, il Corvo Caṇḍa, veicolo della dea Alambusā, si unisce alle sette Cignoidi (haṃsyaḥ), le nobili cavalcature della dea Brahmī. Da questa unione 'trasgessiva' tra il corvo e le candide cignoidi, simboli di purezza e discernimento (viveka), nascono ventuno fratelli corvi. Bhuśuṇḍa è l'ultimo rimasto, testimone dolcissimo e silenzioso del Grande Tempo e custode di una saggezza ancestrale che ha le radici nella fusione tra la potenza selvaggia della vita e la chiarezza adamantina dello spirito.
Il Trono di Rubino: La Dimora sul Monte Meru
Bhuśuṇḍa ha scelto come sua dimora la vetta nord-orientale del Monte Meru, l'Asse del Mondo. In quel luogo, fatto di rubini che arrossano il firmamento, sorge un Kalpavṛkṣa, l'Albero dei Desideri, o anche, l'Albero di Mango. Questo albero imponente, il nodo che connette il cosmo con il microcosmo, è armoniosamente fuso con il corpo yogico del corvo saggio. Esso non trema quando i soli si spengono o quando i venti della distruzione sradicano le montagne. Il nido di Bhuśuṇḍa, avvolto da rampicanti dorati e sbarre di gemme, è il punto immobile di un Universo in perenne fermento.

La Scienza del Respiro: Il Segreto della Longevità
Il fulcro dell'insegnamento di Bhuśuṇḍa risiede nell'indagine sul soffio vitale (prāṇavicāraṇa). La sua longevità incalcolabile non è un dono arbitrario, ma il risultato di una pratica perfetta: la contemplazione degli intervalli tra il prāṇa (il soffio ascendente, solare e ardente) e lo apāna (il soffio discendente, lunare e rinfrescante).
Egli ha scoperto che nel punto intermedio tra l'inspirazione e l'espirazione, laddove il movimento cessa e la vibrazione si acquieta, risiede la Pura Coscienza. Identificandosi con questo silenzio tra due respiri, Bhuśuṇḍa ha trasmutato il suo corpo animale in un tempio della Consapevolezza, rendendosi immune persino alla Morte, di cui si definisce, paradossalmente, il "Figlio".
Il Dialogo con Vasiṣṭha: La Memoria dei Tempi
Quando il saggio Vasiṣṭha, spinto dalla curiosità, vola sulla cima del Meru per incontrarlo, si trova di fronte a un essere che ricorda dodici frullamenti dell'Oceano di Latte, tre rapimenti della terra da parte del dèmone Hiraṇyākṣa e innumerevoli rinascite dei grandi dèi della Trimūrti. Bhuśuṇḍa ha visto Vyāsa e Vālmīki comporre i loro poemi decine di volte in cicli cosmici diversi, talvolta identici, talvolta sottilmente mutati.
Nel racconto che segue, Bhuśuṇḍa ci invita a guardare il mondo con i suoi occhi: non come una prigione di dolore, ma come un gioco di luci e ombre, una danza di particelle dove l'unica realtà è la beatitudine del Sè che osserva se stesso, eternamente giovane, eternamente libero.
Evoluzione e stratificazione dello Yogavāsiṣṭha
L'evoluzione testuale dello Yogavāsiṣṭha rappresenta un caso molto affascinante della filologia sanscrita. Quello che oggi leggiamo come un pilastro dello Advaita Vedānta è in realtà il risultato di una stratificazione secolare che ha trasformato un testo originale kashmiro di matrice Śivaita in un'opera monumentale di ispirazione filosofica più marcatamente vedantica.
Il nucleo originario: il Mokṣopāya (IX-X secolo)
La ricerca filologica moderna, guidata da studiosi come Walter Slaje, ha identificato nel Mokṣopāya ("I mezzi per la liberazione"), composto da autore anonimo nel Kashmir, intorno alla metà del X secolo (circa 950 d.C.), l'antenato diretto e il nucleo originario dell'opera.
Il Mokṣopāya presentava un radicale idealismo monistico, influenzato fortemente dalle scuole filosofiche kashmire dello Spanda e della Pratyabhijñā, e mostrava una profonda osmosi con il pensiero buddhista Yogācāra e Vijñānavāda.
Già diviso in sei sezioni (prakaraṇa), il testo si presentava come un dialogo tra il saggio Vasiṣṭha e il principe Rāma, volto a dissipare l'illusione del mondo attraverso la comprensione della natura della mente.
La diffusione e le interpolazioni del testo
Tra l'XI e il XII secolo, il testo iniziò a diffondersi al di fuori dei confini del Kashmir, subendo delle trasformazioni, per avvicinarlo alle dottrine del Vedānta. In questa fase, il poema viene conosciuto in India come Yogavāsiṣṭha. i redattori inserirono nuovi versi e commenti interpolati per armonizzarlo con l'autorità delle Upaniṣad e del pensiero di Śaṅkara. Termini tecnici e concetti tipicamente kashmiri vennero reinterpretati o sostituiti per adattarsi alla visione della Māyā specifica di questa scuola filosofica. Per conferire autorità al testo nel panorama pan-indiano, l'opera venne attribuita a Vālmīki, l'autore del Rāmāyaṇa, inserendola nel canone della letteratura rivelata o semi-rivelata.
Il Laghuyogavāsiṣṭha e la sintesi (XIII-XIV secolo)
Mentre il testo principale diventava un'enciclopedia filosofica massiccia e difficile da maneggiare, sorse l'esigenza di versioni più agili. Il Laghuyogavāsiṣṭha ("Il piccolo Yogavāsiṣṭha") è una sintesi di circa 6.000 versi, la cui popolarità esplose proprio nel periodo tardo-medievale (XIII-XIV sec.). In questo periodo, il Laghuyogavāsiṣṭha divenne il testo di riferimento per gli asceti e i filosofi dell'India meridionale e centrale.
La traduzione persiana del 1656: il Jōg-Bašist
La vicenda di Dārā Šokōh (1615–1659), primogenito dell'imperatore moḡol Šāh Jahān, rappresenta il culmine politico e culturale dell'incontro tra la spiritualità islamica (nella sua declinazione sufica) e la metafisica indiana. Dārā Šokōh teorizzò il concetto del majma' al-bahrayn ("La Confluenza dei due Mari"), titolo della sua opera più celebre. Egli sosteneva che le verità esoteriche del Corano e quelle delle Upaniṣad fossero identiche, espresse in linguaggi differenti. In questo contesto, lo Yogavāsiṣṭha occupava un posto d'onore poiché presentava una via di liberazione basata sulla pura conoscenza (ma'rifat), slegata dai rituali esteriori. Sebbene esistesse già una traduzione persiana commissionata da Akbar nel 1597 (eseguita da Neẓām al-Dīn Pānipatī), Dārā Šokōh la riteneva insoddisfacente. Nel 1656, egli riunì un gruppo di dotti pandit e studiosi persiani per produrre una nuova versione, nota come Jōg-Bašist.
La traduzione di Dārā Šokōh si basò principalmente sulla versione compendiata, il Laghuyogavāsiṣṭha. La brevità e la densità filosofica lo rendevano perfetto per la circolazione tra le élite intellettuali della corte moḡol.
Grazie a Dārā Šokōh, lo Yogavāsiṣṭha si arricchì di un'ulteriore stratificazione linguistica. Questa versione persiana fu lo strumento attraverso il quale il pensiero indiano iniziò a filtrare verso l'Occidente. Fu leggendo opere derivate dalle traduzioni persiane di Dārā Šokōh (come il Sirr-e Akbar, la traduzione delle Upaniṣad) che filosofi come Schopenhauer entrarono in contatto con la metafisica dell'India.
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Yogavāsiṣṭha - Nirvāṇaprakaraṇa (Libro Sesto, "Trattazione del Nirvāṇa"), Pūrvārdha (Prima Sezione) (YV, 6, 1, 14-27)
Sarga 14:
"Descrizione della vetta del Monte Meru"
Sarga 15:
"La Visione di Bhuśuṇḍa"
Sarga 16:
"L'Incontro di Vasiṣṭha e Bhuśuṇḍa"
Sarga 17:
"Descrizione di Bhuśuṇḍa"
Sarga 18:
"Descrizione della Condotta trasgressiva delle Madri"
Sarga 19:
"il conseguimento della dimora di Bhuśuṇḍa"
Sarga 20:
"Descrizione della natura essenziale di Bhuśuṇḍa"
Sarga 21:
"Il racconto della lunga vita di Bhuśuṇḍa"
Sarga 22:
"Descrizione della lunga vita di Bhuśuṇḍa"
Sarga 23:
"La Rimozione del Saṃkalpa e l'Assorbimento meditativo"
Sarga 24:
"L'indagine sul Soffio vitale (prāṇavicāraṇa)"
Sarga 25:
"La Descrizione del Samādhi"
Sarga 26:
"Il Racconto della causa della longevità di Bhūśuṇḍa"
Sarga 27:
"Il Congedo di Bhuśuṇḍa"

